29 luglio 2007 Trans Benàco Cruise Race, prima parte. Di Sergio
70 barche e spiccioli alla partenza, che decidono quasi tutte di partire vicino al molo.
Noi scegliamo il centro linea in splendida solitudine in base al
semplice ragionamento che rischiare di prenderci i rifiuti dei barconi
avrebbe effetti devastanti. Partenza buonina, senza particolari patemi,
aria sufficiente e spazio libero, ci dirigiamo allegri verso la costa
veronese sperando che, come da manuale, l'ora (vento pomeridiano del
garda) si faccia sentire prima da quelle parti.
La cippa ci accolgie a metà della traversata, tergiversiamo un
po' riavvicinandoci alla bresciana e in questo modo ci teniamo
lì in mezzo, dove l'aria arriverà più tardi e meno
intensa che in tutto il resto del lago. Ma presto o tardi arriva anche
lì, tiriamo fuori lo spinnaker e cominciamo a scendere verso
Riva (i velisti, gente strana: se vai nella direzione del vento scendi,
al contrario risali. Anche se il movimento è perfettamente
orizzontale).
Sempre più forte. Fortissimo.
Ci facciamo tutto il lago a zig zag un paio di volte, con il vento che
cresce d'intensità, con le onde sempre più alte (e con
gli avversari sempre più irraggiungibili, ma questo è
solo un dettaglio).
Arrivati dalle parti del traguardo individuiamo la nostra boa tra
quelle delle altre 150 regate che si stanno svolgendo nello stesso
fazzoletto di lago e cominciamo a dirigerci verso di lei quando una
raffica improvvisa sdraia la barca.
Straorza, strapoggia, strambata. Per i profani: casino totale e assoluto.
Molliamo il mollabile, riprendiamo una parvenza di assetto, ammainiamo lo spi e facciamo l'ultimo mezzo miglio a vele bianche.
Altra strambata, stavolta volontaria, ma qualcosa non va come dovrebbe e la barca si sdraia di nuovo e si rimette all'orza.
Ci ripigliamo, giriamo la boa e in qualche modo tagliamo il traguardo.
Ultimi della nostra classe, a trentasei minuti dal primo dopo 5 ore e 40 di regata e quint'ultimi in classifica generale.
Trans Benàco Cruise Race, seconda parte. Di Sergio
Domenica mattina.
Un quarto d'ora prima della partenza il vento comincia ad alzarsi,
relativamente leggero nella zona della partenza ma più sostenuto
man mano ci si allontana dalla riva di Riva (e alla fine il giochetto
di parole c'è scappato, perdonatemi).
Sembra di essere su un motoscafo.
Noi non abbiamo a bordo strumenti che misurino la velocità della
barca, ma su altre barche uguali alla nostra si sono superati i dodici
nodi.
Se fate i conti sono poco più di venti km/ora, in fondo se vi
mettete a correre a piedi potreste andare anche più veloci, ma
vi assicuro che su una barca, con il vento e con le onde che cercano ad
ogni istante di farvi prendere il controllo, è una situazione
abbastanza emozionante.
Scendiamo veloci tra sbaffi di spuma.
Vediamo altre barche intorno fare numeri simili ai nostri del
pomeriggio precedente ma noi, non so se per abilità o per
fortuna, riusciamo a mentenere il controllo.
Lestofunte, nostro collega di classe, si sdraia sull'acqua.
Nella conseguente strambata un membro dell'equipaggio si prende il boma
in testa, si procura una ferita sul cuoio capelluto e dovrà
essere portato al pronto soccorso.
Noi andiamo, e andiamo e andiamo, e il vento sembra non mollare mai.
Vediamo che sulla costa bresciana il vento sembrerebbe soffiare
più intenso, si optrebbe andare un pochino più veloci, ma
decidiamo che così è già più che
sufficiente e ci teniamo in mezzo al lago, anche per poter avere
più spazio di manovra in caso di eventi improvvisi.
E superiamo il Ponale, Limone, Malcesine e Campione, prendiamo anche
uno scroscio di pioggia, poi finalmente il vento comincia a scendere,
si va ancora veloci ma possiamo cominciare a rilassarci un po'.
All'improvviso una fitta al fianco sinistro. Il mio fianco sinistro. Cerco di resistere ma continua a crescere.
Cedo il timone, mi sdraio sul fondo della barca, sembra migliorare, riprendo il timone e lei ritorna.
Mollo il colpo, vado a poppa a vomitare.
Sto malissimo e non ho la minima idea di che cosa possa essere.
Non sto qui a farvela lunga: alla fine ho chiesto di essere riportato a terra.
Dopo un paio d'ore è passato tutto, non so ancora che cosa sia stato.